LICEO
SCIENTIFICO “L. B. ALBERTI” Viale Colombo n° 37 - 09125 CAGLIARI
Tel. 070.668805 – 070.664817 Fax. 070.655325
CAGLIARI MONUMENTI APERTI
A cura del prof. Antonio Maria MARRAS
IL BORGO SAN BARTOLOMEOSTORIA E FOLCLORE |
San Bartolomeo è una borgata composta da alcuni complessi edilizi che accolgono un migliaio circa di abitanti, per lo più militari e le loro famiglie. Le case che prima si innalzavano lungo tre lati della piazza rettangolare – uno dei quali era occupato quasi per intero dal penitenziario – si trovano ora su due soli lati, essendo gli altri occupati da caserme. Originariamente, prima di arrivare alla chiesa si ergeva un’antica colonna proveniente da S. Francesco di Stampace, sormontata da una croce di ferro. Un cippo votivo dedicato all’imperatore Claudio Ghotico, di cui oggi si è persa ogni traccia, formava il piedistallo della colonna; sulla strada tra S. Bartolomeo e il Lazzaretto fu costruita nel 1840 una polveriera. Il luogo prescelto però non offriva i requisiti necessari per poter gestire l’impianto: per le condizioni di poca sicurezza e poiché si trovava estremamente vicino al mare, fu in breve tempo abbandonato. Ciò che ha contribuito a rendere S. Bartolomeo una borgata è l’erezione del bagno penale, che fu la prima colonia penitenziaria, per importanza e numero di anni, impiantata nell’isola. Questo borgo dista circa due chilometri de Cagliari, a cui è congiunto da un viale di pini marittimi costeggiante il litorale est della città. I lavori relativi alla costruzione della casa di pena furono ultimati nel 1842 su progetto del cavalier Barabino del Genio Militare; il fabbricato poteva contenere 1500 condannati i quali avrebbero dovuto trasformare la zona adiacente in sito ubertoso. I galeotti erano impegnati principalmente nell’estrazione del sale, che attraverso un canale veniva trasportato nei magazzini della città, presso la darsena per essere caricato sulle navi. Vasti furono gli appezzamenti dissodati; furono portati avanti lavori in cave di eccellente calcare da costruzione; tali lavori, purtroppo, causarono la scomparsa di alcune domus de janas e della grotta chiamata di S. Elia. Pasquale Cugia descrive così lo stabilimento: “L’edificio è diviso in saloni e corridoi che, nella parte principale, convergono alla cappella. L’ospedale è vasto e diviso nelle due sezioni medica e chirurgica con farmacia ben provveduta. Lo stabilimento è tenuto con somma cura ed è uno dei più importanti d’Italia. Nel luglio 1891 conteneva 1300 condannati. Ognuno di costoro deve lavorare: un direttore intelligente, il colonnello Gallo, trent’anni orsono, li ha indirizzati all’agricoltura. Così questa pianura già incolta e cespugliosa, al presente è ben coltivata e divisa in bei campi e giardini fiancheggiati da larghe e comode strade. Nell’attigua collina si fecero piantagioni di olivi e di viti e furono anche stabilite cave di pietre e fornaci da calce. I condannati attendono anche ai lavori della prossima salina; come pure qualche volta vengono concessi per lavori specialmente agricoli dei privati”.
Il luogo di pena, sorto in S. Bartolomeo, contribuì non poco a rafforzare nella gente l’opinione già negativa del borgo di S. Elia, tanto da escluderlo da una normale frequentazione.
STORIA DEL BORGO
Il borgo prende il nome dalla chiesa di S. Bartolomeo, ma la zona venne chiamata pianura di Lluc, dalla chiesa attigua alla precedente dedicata alla Vergine. Nella chiesa trovava società l’antichissima sede dei beccai. Lo Spano nel descriverne l’interno illustra un quadro composto da vari scomparti, stimato di grande valore ma rovinato da un cattivo restauro e loda inoltre un quadretto raffigurante il Signore. L’altare in legno dorato è pregevole e ugualmente bella è la statua lignea dedicata alla Vergine. In mezzo alla piazza si vede una bella fontana a pompa, per lungo tempo rovinata e in disuso. Nel 1990, in occasione di “Italia 90” è stata restaurata in un riassetto completo della stessa piazza. Questa fu costruita nel 1857 dai forzati del bagno penale secondo uno stile neoclassicheggiante, come attestato da un’iscrizione incisa nello stesso marmo, ed è fornita di un piedistallo in marmo di Bonaria.
LA CHIESA
La chiesa sorge nell’omonima piazza, ai piedi del colle di Sant’Elia, nel borgo che fu sede nel corso dell’Ottocento del Bagno Penale, la prima colonia penitenziale dell’Isola. I carcerati venivano utilizzati soprattutto per l’estrazione del sale nelle vicine saline.
Nel XVII sec. sorsero due chiese: quella dedicata alla Vergine di Lluc(1679), ora scomparsa, rimane isolo il toponimo; l’altra intitolata a San Bartolomeo, la cui devozione fu appunto incoraggiata dagli Spagnoli.
La chiesa, sorta a metà del 1600, era a navata unica con copertura lignea poggiante su archi a diaframma a sesto acuto. Al XVIII sec. Risale l’inserimento nella facciata di gusto tardo-gotico di un portale in stile barocchetto piemontese, che riutilizzava l’originale arco di scarico.
Nel 1678, col lascito della nobile trapanese Rosalia Genovès, fu aperta una cappella sul fianco sinistro, a pianta ottagonale sormontata da una cupola, nella cui brasatura marmorea furono riportati i blasoni della famiglia. Il retablo in legno dorato (probabilmente frutto di una bottega operante tra il XVII e il XVIII secolo), che occupa il fondale della cappella, è opera di un intagliatore locale e ospita il simulacro ligneo della Madonna di Trapani, (copia seicentesca del modello marmoreo del 1300 conservato nel santuario siciliano), alta 130 cm poggia su un piedistallo con modanature dorate, la veste bianca è ornata da ovali dorati.
Nel grandioso retablo dell’altare maggiore, rimane la pala raffigurante la Natività e il Martirio di San Bartolomeo, nel quale compare il santo in proporzioni gigantesche rispetto ai manigoldi che lo scorticano (opera di Giovanni Mazzini, romano, 1650), il riquadro sommatale col Padre Eterno, e i due semitimpani (Predicazione di San Giovanni Battista nel deserto e il Miracolo della donna Cananea che prega Cristo perché guarisca la figlia che era invasata, ecco perché il pittore ha inserito il cagnolino). Dello smembramento del retablo avvenuto nel 1950 sono rimaste solo due colonne tortili e due angeli –acroteri.
Pregevole è il paliotto dell’altare maggiore in marmi policromi intarsiati, eseguito nel 1767 dalla bottega degli Spazi, commissionato dal Gremio dei Beccai (macellai), posti sotto la protezione di San Bartolomeo.
IL FOLCLORE
Nei pressi della chiesa di S. Bartolomeo, alle pendici del Monte S. Elia, venivano celebrate ben tre feste: quella del Santo protettore, della Vergine di Trapani e della Madonna di Lluc. Esse ebbero un’interruzione , a partire dal 1621, quando il viceré emanò un pregone che vietava alla popolazione di parteciparvi a causa del pericolo incombente dei Barbareschi. I festeggiamenti erano officiati dai membri del clero di S. Anna che si recavano, sul luogo, con su brechi (la carrozza), per dimostrare la soggezione di S Bartolomeo alla loro chiesa. Infatti, fin dal 1505, nella cattedrale di Cagliari esiste il canonicato di S Bartolomeo unito alla prebenda di S. Anna, al quale – in data 9. 11. 1595 – si unì quello di S. Giuliano conferito dal pontefice Clemente VIII. La festa di S. Bartolomeo, che affonda le sue origini in tempi molto remoti, era organizzata dal gremio dei macellai o , meglio, dai proprietari di bestiame i quali, ogni 24 d’agosto, con il ricavo della vendita delle corna, ossa e zoccoli, organizzavano varie cerimonie: funzioni religiose, processioni con il simulacro del Santo, canto de is goccius, danze, balli e suoni di launeddas, banchetti e gran finale con un’originale sfilata di buoi gemellati, adorni di fiori, nastri, lustrini e agrumi infissi nelle corna, destinati, alla conclusione dei festeggiamenti, a gareggiare in una pittoresca corsa. Queste feste, ormai passato il pericolo delle incursioni dei Barbareschi, vennero riprese e continuarono anche dopo il 1866. Intorno al 1901 i macellai trasformarono il gremio in società di mutuo soccorso, per sfuggire alle leggi che ne volevano determinare la soppressione. Il primo organizzatore era il clavario della sagra, ossia il macellaio capo del gremio, ovvero della società, il quale unitamente al el primero, el segundo, el tercero formava la cosiddetta panca che era il nome dato al gruppo organizzatore. Il capo del gremio aveva inoltre le chiavi della cassaforte contenente l’argenteria, gli addobbi sacri, nonché tutto l’occorrente indispensabile per la riuscita della festa del Santo patrono. L’unica testimonianza dell’esistenza di un’antica società tra i beccai di Cagliari, è costituita dalla costruzione, ad opera dei medesimi, di una chiesetta situata proprio in una località compresa nella zona concessa in uso dai reali catalani- aragonesi ai macellai cagliaritani e dedicata a S. Bartolomeo, il cui nome venne a designare anche la piazza prospiciente il tempietto e l’intero rione. L’epoca della sua fondazione non è accertabile ma è legittimo collocarla nel XIV secolo, pur se i primi documenti attestanti la sua esistenza risalgono appena alla fine del Seicento: poiché i catalani tra le varie usanze e consuetudini importate in Sardegna, ed in particolare a Cagliari, trasportano nell’isola anche il culto di S. Bartolomeo (Santu Bartumeu) Apostolo molto venerato in Catalogna. Ne divulgarono inoltre la devozione al popolo e ne imposero la festività ai macellai cagliaritani, a somiglianza di quanto già avveniva a Barcellona.
Sacrestia della chiesa di S. Bartolomeo.
All’interno della Sacrestia della chiesa di S. Bartolomeo si possono ammirare in una teca posta sulla parete destra alcuni paramenti sacri, originali del 1700. L’unico rifacimento è il “rosso”di S. Bartolomeo, fatto fare su ordinazione.
Partendo da destra si possono ammirare una Pianeta (sopravveste liturgica, formata da uno scapolare a due lembi, indossata dal sacerdote sopra il camice e la stola, per celebrare la messa. La pianeta deriva dalla paenula, mantello di forma rotonda tutto chiuso, con un'apertura per il capo, usato dapprima d’inverno e per i viaggi e passato poi, nei secc. I-II, nell'uso comune in sostituzione della toga. A poco a poco diventò l'abito distintivo dei sacerdoti ma nel XIII sec. si cominciò a ridurlo, per comodità; in epoca contemporanea tende a riavvicinarsi all'ampiezza primitiva. Le pianete devono essere di seta e sono spesso riccamente ornate; il loro colore varia secondo le regole fissate per i colori liturgici); un Copri calice e un Piviale (veste liturgica di stoffa pregiata derivata anch’essa dalla paenula. Ha forma di manto semicircolare lungo fino ai piedi, aperto sul davanti e allacciato al petto con un fermaglio; nella parte posteriore ha un piccolo cappuccio, talvolta ridotto a forma di “scudo”. Segue le consuete norme dei colori liturgici. Entrato nell'uso nei secc. VII-VIII fu usato largamente dagli ecclesiastici nelle più varie celebrazioni liturgiche; attualmente è indossato da chi celebra uffici cantati o amministra i sacramenti o i sacramentali).All’interno della stessa teca si possono ammirare alcuni argenti originali del 1712: un turibolo collegato con la navicella e due candelieri; insieme con questi sono presenti anche i coltelli di S. Bartolomeo. Nella teca accanto troviamo un’altra pianeta dello stesso periodo della precedente e due tonacelle (una per il diacono e una per il suddiacono), anche qui sono presenti degli argenti, due candelieri e due corone in filigrana, una di S. Bartolomeo e una della Madonna di Trapani posta nella cappella della chiesa.
Nella parete destra rispetto alla teca si possono notare tre carteglorie del 1788 (tabella, ornata nel contorno, su cui è scritto l'inno Gloria in Excelsis Deo. (Il nome passò ad indicare anche le altre “tabelle delle segrete” che vengono poste sull'altare durante la celebrazione della messa e contengono le segrete orazioni del celebrante prima della comunione. Devono essere rimosse durante l'esposizione del SS. Sacramento. Miniata o stampata su pergamena, con caratteri rossi e neri, la cartagloria era chiusa in preziose cornici scolpite).
In una nicchia opposta alla teca è posta una statua lignea di S. Bartolomeo che dovrebbe risalire al ’700.