Piazza Yenne
Rintocchi di mezzogiorno
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Non ricordo bene che anno fosse, ma di lì a poco sarebbe arrivato il mio quindicesimo compleanno; non che fosse un bell’anno o che mi aspettassi chissà che da quel giorno, visto che le mie condizioni familiari ed economiche non erano delle migliori; non vedevo i miei già da tre o quattro mesi e lavoravo da sei anni in casa della zia Agata, una lontana cugina di mia madre che aveva una gigantesca casa in periferia, dove facevo tutti i lavori domestici in cambio di vitto e alloggio.
Anche se ero sua nipote, non venivo trattata come una della famiglia: ero solo la schiavetta sua e di mio cugino Antonio, un insulso dodicenne grasso e antipatico. Arrivò il giorno del mio quindicesimo compleanno; nessuno in casa mi fece gli auguri, ma ricevetti molte lettere dai miei amici e dai miei fratelli, con mille auguri e tante espressioni di nostalgia nei miei confronti. Quella mattina successe però qualcosa che non mi sarei mai aspettata: la zia Agata e Antonio salirono in camera mia e, spalancando la porta, mi dissero di vestirmi, che si andava alla messa in città.
Ero contentissima di quella notizia e cominciai a saltellare qua e là pensando a come sarebbe stato bello passare la mattinata nella grande città: avrei visto la cattedrale, i negozi e i signorotti pieni di soldi e di gioielli nelle loro vistose carrozze. Impiegammo un po’ ad arrivare e come entrammo in chiesa la messa era già iniziata; prendemmo posto accanto ad altre donne del paese che avevano da ridire sul modo di vestire delle signore ricche che occupavano intere bancate solo con i loro vistosi cappotti.
Ma al rintocco di mezzogiorno un fortissimo boato coprì il suono delle campane e tutti corsero fuori per capire cosa accadesse; erano gli americani, decine e decine di aerei coprivano il cielo della città; poi un altro boato mi fece capire cosa stava accadendo, ci stavano bombardando. Tutti correvano qua e là cercando rifugi nelle case e nelle grotte vicino alla cattedrale, tutti urlavano, i bambini piangevano e c’era disperazione ovunque, la zia prese per mano me e Antonio e stando sempre riparati da case e persone, cominciammo a correre verso la grotta più vicina.
Intanto le bombe continuavano a cadere, la paura mi impediva anche di piangere, la zia continuava a ripeterci di non voltarci indietro e di continuare a correre, ma era impossibile evitare la vista di uomini e donne lacerati ed immersi nel sangue. Mancava poco al luogo che sarebbe stato la nostra salvezza, quando un fischio fortissimo ci assordò; ci buttammo a terra, ma mio cugino non resistette alla paura e continuò a correre, la zia lo inseguì, poi ricordo solo lo schiantò della bomba e un calore immenso che mi colpì.
I cinque giorni successivi al bombardamento li passai in un ospedale appena fuori città che non era stato colpito dall’attacco americano; in quel periodo di convalescenza pensai e ripensai all’accaduto, a come, in una decina di minuti, la mia vita mi sia sembrata sia tanto insulsa da poter essere annientata così, da qualcuno che neanche vedeva la mia faccia, sia così importante da dover combattere per poter continuare a viverla. Ma il mio pensiero andava anche alla zia e ad Antonio; che fine avevano fatto? Magari anche loro come me si erano salvati, ma non ebbi il coraggio di chiedere nulla fino al giorno in cui mi dimisero dall’ospedale.
I miei vennero a prendermi con volti tristi e afflitti e capii subito che non c’era più da sperare per la zia e per mio cugino; erano morti, proprio la domenica del mio compleanno.

Silvia M.