Bastione di S. Remy
Volevo le uova
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Non erano proprio bei tempi nel Quaranta, c’era poca roba da mangiare, tutta racimolata grazie alle tessere; si lavorava tantissimo. Infatti io, anche se avevo sette anni, andavo a lavorare la terra, a piedi nudi; e quando tornavo guardavo la tavola e c’era sempre la solita misera minestra.
Le cose che desideravo di più erano la frutta, specialmente le banane, e le uova, ma mia madre non le coceva mai; eppure avevamo delle galline a casa, che ne facevano tante, ma lei le usava per comprarci gli abiti, e io con i miei fratelli non potevamo mai mangiarne.
Una sera, mentre stavo preparando il pane, bussarono alla porta; aprii. Era una di quelle maestre di scuola che venivano a chiedere degli oggetti da regalare ai bambini il giorno della befana; mia madre non aveva proprio niente da dare, ma la signora continuò a insistere sino a promettere che avrebbe dato un paio di scarpe a mio fratello Audilio in contraccambio. Al sentire quelle parole mia madre si rallegrò, attraversò il corridoio, e si diresse verso il pollaio. Come la vidi tornare con dieci splendide uova mi sentii rodere dalla rabbia e dalla gelosia. Lei le diede alla maestra che salutò cordialmente e si diresse alla prossima casa.
Dentro di me pensavo a quanto sarebbero state buone quelle uova, ma il sapere che Audilio avrebbe avuto le scarpe mi consolò e dopo un po’ non ci pensai più.
Il giorno della befana, andai in chiesa la mattina presto, poi tornai e mi misi al lavoro, pensando dentro di me a quanto sarebbe stato felice Audilio. Quando lo vidi, dalla finestra, mentre tornava con una palla in mano, uscii di corsa e gli chiesi dove fossero le scarpe; ma lui disse di aver ricevuto la palla e nient’altro, e a quel punto fui invasa da una rabbia che mi attraversò tutto il corpo, presi di scatto la palla e andai in chiesa senza dire nulla a mia madre. Una volta arrivata cercai la maestra. La vidi: era seduta con altre signore e chiacchierava allegramente. Non lo potevo sopportare; nella mia mente era diventata l’immagine del diavolo in persona. Valutai con pazienza il punto migliore in cui colpirla; poi corsi come una matta e le tirai la palla in faccia con tutta la forza che avevo. Lei si guardò intorno quasi stupita, momentaneamente non reagì, e io tornai velocemente a casa. Ero più che soddisfatta di ciò che avevo fatto.
Non passarono dieci minuti che a casa si presentarono la maestra, il sindaco e alcune persone del Partito che indagavano sull’accaduto. Io ammisi, anche con una leggera vena di orgoglio, che era stata tutta opera mia e che non ne ero pentita; la maestra sbraitava come un toro ferito, in cerca di vendetta, chiedeva che venisse arrestato mio padre, che venissi picchiata e tante altre cose. Alla fine non ottenne nulla; fu solo una perdita di fiato e di tempo.
Tutti gli altri presenti cominciarono a ridere, e passarono oltre ma mio padre, al ritorno, non fece altrettanto e mi diede due bei ceffoni, che però non erano dati per far male, ma per farmi capire che avrei dovuto mostrare più rispetto anche se, in fondo, neanche lui gliel’avrebbe negata quella pallonata.

Marco C.