Via Roma
In quell'inferno
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Era il 16 Febbraio del 1943: un giorno impresso a fuoco nella mia mente.
A causa dei bombardamenti che flagellavano Cagliari dall’inizio della guerra, avevo dovuto lasciare la casa di piazza Galilei e trasferirmi in campagna da un amico che, gentilmente, mi aveva ospitato al sicuro dalle bombe americane.
Quella mattina mi alzai presto, perché dovevo andare a Cagliari per svuotare la casa che avevo lasciato durante lo sfollamento; la mia famiglia non era povera, ma tutti i nostri beni erano la casa e i pochi mobili antichi al suo interno.
Lasciai la stanza da letto e mi diressi verso il soggiorno; siccome la famiglia che mi ospitava era molto numerosa, la tavola era circondata da bambini che facevano baccano,mentre consumavano la loro colazione: del pane abbrustolito.
Feci colazione, il mio amico mi chiamò e salimmo in macchina; partimmo, era una mattina serena e ci mettemmo a discutere sull’argomento che in tutte le famiglie era più sentito: la guerra.
Arrivammo a Cagliari; era deserta, tranne la via Roma che era abbastanza trafficata, sopratutto all’altezza della Darsena.
Mi dirigevo verso piazza Galilei e da via Roma stavo per svoltare verso via XX Settembre, quando sentii in aria un ronzio.
Sapevamo tutti di che cosa si trattava: gli aerei americani.
Tutti cominciarono ad urlare, memori del primo bombardamento in cui erano rimaste uccise crudelmente almeno un centinaio di persone.
Tutti sapevano cosa fare; uno sciame di persone si diresse, correndo, verso il rifugio antiaereo più vicino, quello di piazza Deffenu.
Quando ci accorgemmo degli aerei eravamo ormai in piazza Gramsci; per fortuna allora non c’era il traffico che c’è oggi e quindi riuscimmo, con un testacoda della mia “Balilla”, a cambiare direzione e, cercando di evitare le persone che correvano nella nostra direzione, riuscimmo ad arrivare al rifugio.
Ma quando scendemmo dalla macchina cominciarono ad arrivare le prime bombe: una cadde ad una decina di metri da me, l’altra colpì in pieno il mio amico.
Corsi verso di lui, ma non c’era più: era stato tranciato dalle schegge della bomba.
Rimasi immobile, non capivo più niente, non mi importava più di essere colpito dalle bombe: avevo deciso che sarei rimasto là.
Ma ad un tratto sentii qualcuno che mi afferrava e mi trascinava fino al rifugio.
Era mio zio, il quale mi schiaffeggiò; ormai il bombardamento era finito, e lo era anche la mia impotente rassegnazione alle bombe; piansi per il mio amico, che pochi minuti prima avevo visto morire.
Tutto finì, e per completare una giornata che mi ha segnato la vita, mio zio mi riferì che la casa di piazza Galilei era andata distrutta.
Questa è la guerra; da allora la odio con tutte le mie forze e non manderei mai nessuna persona a me cara in quell’inferno.

Daniele C.