Rovine
Un cielo tinto di sangue
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Era già l’alba.
Aprii un occhio, poi tutt’e due; mi tirai a sedere nella trincea, piena di fango e neve, e respirai a lungo l’aria fredda e affilata del mattino.
Ad ogni boccata mi sembrava di ferirmi, di lacerarmi il naso e la gola; era una strana sensazione, che tuttavia mi rendeva felice, felice di essere ancora vivo.
Sentivo i lontani boati dei cannoni di grosso calibro, le esplosioni delle granate e dei colpi di mortaio, il fischio dei razzi che fendeva l’aria mattutina; pensai che un anno prima quei rumori tremendi mi avrebbero fatto trasalire; ma ormai…
Non ci facevo più caso, mi sembravano quasi normali.
Mi alzai, mi stiracchiai un attimo, raccolsi il fucile e l’elmetto metallico; collocai quest’ultimo sulla 'bocca' scintillante del primo e li alzai al cielo; feci sventolare più volte il fucile, ma nessun colpo fece volar via l’elmetto.
- Buon Segno - pensai, il fuoco non era ancora cominciato.
Raccolsi velocemente la mia roba, indossai l’elmetto e mi rimisi il fucile a tracolla.
Volsi lo sguardo al cielo: ad oriente cominciava già ad albeggiare, mancava poco alla luce, dovevo muovermi.
Scavalcai il terrapieno della trincea e mi buttai a capofitto nella foresta retrostante; era lì che il mio compagno mi attendeva.
Mi poggiai al tronco di una grossa quercia, scrutai attentamente la zona e proseguii lentamente, passo dopo passo.
I raggi del sole non avevano ancora attraversato le chiome degli alberi ed il terreno era ancora avvolto nella penombra; accelerai, sapevo di essere in anticipo ma non mi andava di perdere tempo.
Dopo qualche minuto arrivai ai margini della foresta, quindi rallentai; non volevo certo essere scoperto.
Avanzai, strisciando nella boscaglia, e, metro dopo metro, giunsi al punto d’incontro.
Il mio compagno era già appostato tra le fronde di un altissimo abete coperto di neve ed io, in un attimo, lo raggiunsi.
"Come mai così in anticipo?" mi chiese vedendomi.
Io mi distesi su un grosso ramo, poggiai il fucile da cecchino e gli dissi: "Quali sono gli ordini?"
Lui mi tese i binocoli e rispose:
"Guarda laggiù… ad ore nove… lo vedi quel cumulo di rocce accatastate davanti alla trincea nemica?"
Feci cenno di sì col capo.
"I nostri assalteranno quel settore; noi ed altri quattro cecchini dovremo sfoltire le linee nemiche"
"Al solito…" risposi io rendendogli i binocoli.
"Cominciamo tra ottantacinque minuti"
Chiusi un attimo gli occhi: per me era normale prima di cominciare a sparare; volevo allontanarmi un poco con la mente da quell’inferno, allontanarmi un attimo dal dolore che stavo per procurare a gente che neanche conoscevo.
Un forte boato mi ridestò: ormai l’inferno era cominciato.
Caricai il fucile, avvicinai gli occhi al mirino ed aspettai il primo assalto.
"Ad ore undici, guarda ad ore undici!" mi disse il mio compagno.
Scrutai attentamente il settore nemico.
"Mira a quello che sta uscendo ora, quello con le mostrine, è il generale…"
Non fece in tempo neanche a finire la frase che quell’uomo era già steso a terra in un lago di sangue.
"Un’altra tacca sul mio fucile!" esclamai senza neanche pensare.
Nel giro di un attimo estrassi il bossolo esploso e ricaricai meccanicamente.
Quando guardavo attraverso il mirino del mio fucile mi sembrava di non vivere la guerra da dentro, ma da fuori.
Attraverso quel mirino potevo osservare tutto dall’alto,
come dagli occhi di Dio; potevo disporre della vita di tutti quelli che vedevo.
Non che mi piacesse ciò che facevo, non che fossi felice di uccidere altri uomini; era semplicemente il mio compito.
In un certo senso ero soltanto un professionista che faceva il suo lavoro.
Un colpo, un altro e un altro ancora, gli uomini cadevano ed io continuavo a sparare.
Scaricai qualche altro colpo, posai il fucile e mi stiracchiai esausto.
La mischia era furibonda, le esplosioni si susseguivano una dopo l’altra, le mitragliatrici falciavano quei poveracci e le loro urla di dolore salivano fino al cielo.
Alzai lo sguardo e vidi quel cielo, quel cielo rosso come il sangue.
Sembrava che anche lassù qualcuno soffrisse per noi poveri diavoli.
Saltai giù dall’albero.
Le esplosioni e gli spari non si udivano più.
Si era ormai al corpo a corpo!
"Che vuoi fare?" mi gridò il mio compagno.
Non risposi.
Continuai ad avanzare senza voltarmi indietro.
"Morirai!" sentii alle mie spalle.
"Se morirò vorrà dire che sarà giunto il mio momento!" gridai e mi misi a correre verso la battaglia.

Sebastiano M.