Il mondo e la vita dei
Barbareschi


a storia della pirateria affonda le sue radici nella notte dei tempi. Per poter capire quanto questo sia vero basta ricordare ció che rispose un rais corsaro, interrogato da un padre barnabita, tratto schiavo, sul perchè esercitasse la pirateria; egli disse: "Stare usanza del mare". Ció stava ad indicare come la pirateria fosse una tradizione legata al mare stesso, nata, pertanto, con i primi naviganti.
Diversi fattori contribuirono a creare la pirateria nel Mediterraneo. La povertá, che spinge individui con pochi scrupoli a procurarsi i mezzi di sostentamento nel modo piú semplice, cioé togliendoli a chi giá li possiede, puó essere considerata come un fattore molla. La particolare configurazione geografica del Mediterraneo, che determinava la superioritá dei trasporti marittimi rispetto a quelli terrestri, offrendo al contempo basi di appoggio e luoghi propizi agli agguati corsari, rappresentava lo scenario ideale per la pratica della pirateria.
L'attivitá dei corsari musulmani, inizialmente al servizio della politica, si affiancava al conflitto generale esistente tra i due blocchi: Islam da una parte, Cristianitá dall'altra. A partire dal XVI secolo, quando le vicende guerresche si spostarono dal Mediterraneo in altre contrade, la pirateria si intensificó e assunse le caratteristiche proprie di guerra di individui che impegnava modestissime forze, rivolta soprattutto alla rapina e ai furti.
Di quest'ultimo tipo di pirateria furono protagonisti i Barbareschi eredi dei corsari turchi, che, nella prima meta del XVI secolo, si insediarono nell'Africa settentrionale e, soppiantando le dinastie regnanti, diedero vita alle cittá stato (Algeri, Tunisi, Tripoli), la cui attivitá primaria era costituita dall'esercizio della corsa.
Ma in realtá questi Barbareschi chi erano? Da dove venivano? Gli uomini che fondarono la potenza delle cittá corsare erano Turchi o sudditi dei Turchi, provenienti dalle terre e dalle isole del Levante Mediterraneo, e Turchi restarono sempre i giannizzeri (la casta militare che costituiva uno degli elementi detentori del potere negli stati barbareschi).
Assieme ai Turchi, le cittá del Maghreb (termine che significa occidente e con il quale gli Arabi indicavano la parte dell'Africa settentrionale compresa fra la Tripolitania e il Marocco) accolsero i Moriscos (gli Arabi cacciati dalla Spagna), che, con le loro cognizioni tecniche e lo spirito di vendetta che li animava, contribuirono all'ulteriore sviluppo dell'attivitá corsara. L'apporto maggiore, tuttavia, provenne dalle terre degli stessi "infedeli". e dalle nazioni dell'Europa cristiana.
Molti schiavi catturati dai corsari, abbandonavano la fede cristiana e, divenuti musulmani, si davano alla pirateria, portando al contempo nuove conoscenze tecniche, maggior ardimento e piú esperta conoscenza dei luoghi verso i quali dirigere le proprie imprese. La storia dei corsari barbareschi fu, pertanto, in buona parte, la storia dei rinnegati italiani (soprattutto napoletani, calabresi, siciliani e sardi), francesi, spagnoli, olandesi, tedeschi, inglesi etc. I rinnegati, occupanti posti di primo piano o anonimi, diventarono i veri protagonisti della guerra corsara.
Il fine principale della guerra corsara era la cattura degli equipaggi e dei passeggeri delle navi cristiane, nonché delle popolazioni dei centri e delle zone costiere; pertanto annualmente migliaia di schiavi andavano ad infoltire le cittá barbaresche e moltissimi di essi a sostenere la dura vita del remo sui legni corsari. Il ritorno alla libertá era legato al pagamento di un riscatto da parte dei cristiani. Le trattative per la libertá venivano condotte, piú o meno disinteressatamente, da religiosi, rappresentanti consolari, agenti commerciali, ebrei e altri. Merce altrettanto preziosa era costituita dal carico delle navi: armi, attrezzature di bordo e sovente le stesse navi. Il bottino serviva, in granparte, a sopperire alla manutenzione delle navi stesse o ad allestire nuovi legni in sostituzione di quelli eventualmente perduti. Una volta soddisfatte le esigenze di primaria importanza, il bottino rimanente veniva venduto e il ricavato utilizzato dai corsari per il rifornimento di oggetti personali. Il mercato al quale erano destinati quei bottini era lo stesso mondo cristiano dal quale le prede provenivano.
Sinora si é parlato di "corsari" e "pirati"; é bene chiarire la differenza fra i due termini. Un aiuto autorevole quanto preciso ci viene, dal Guglielmotti che, nella sua Storia della marina pontificia, in proposito, dice: "Corsaro dicesi di colui che, quantunque privata persona, nondimeno (autorizzato con lettere patenti del suo governo) comanda un bastimento armato, e corre il mare contro i nemici del paese, in tempo di guerra, a suo rischio e guadagno. Al contrario i pirati si pareggiano in tutto cogli assassini: compagnia di ribaldi senza altra legge che il libito, uniti insieme per rubare sul mare, senza bandiera, o vero con bandiere bugiarde, senza rispetto di pace o di tregua, senza patenti, senza tribunali: pubblici nemici di tutti, peste e flagello dei mari".

Naviglio Barbaresco

Nel Cinquecento la nave utilizzata nel Mediterraneo, dalle flotte cristiane e musulmane, era la galera o galea. Questa nave aveva uno scafo piuttosto allungato (poteva arrivare sino a 50 o 55 metri), era stretta (circa 5 metri), bassa sul bordo delle onde, dotata di un unico ordine di rematori (arrivava ad un massimo di 200 o poco piú), stretti l'uno accanto all'altro in due file parallele. Per coprire grandi distanze e al di fuori del raggio d'azione di eventi bellici, si utilizzavano le vele latine, quando i venti erano favorevoli. Elemento caratteristico delle galere era lo sperone (introdotto nel secolo VIII a.C. dai greci, rivoluzionó la tecnica del combattimento navale), che sporgeva qualche metro dalla prua ed era costruito tutto in bronzo massiccio, la cui funzione era di squarciare i fianchi delle navi nemiche e, al contempo, immobilizzarle in modo da consentire l'arrembaggio.

Da quanto sopra descritto, possiamo senz'altro dedurre che le principali doti delle galere si individuavano nell'agilitá di manovra e nell'apprezzabile velocitá che poteva essere raggiunta con i rematori sotto pieno sforzo. Le stesse doti le troviamo ancor piú accentuate nelle galeotte, navi piú piccole e piú leggere rispetto alle galere e pertanto piú veloci e sfuggenti. Queste qualitá ebbero sempre precipua importanza per i Barbareschi, tant'é che essi rinunciarono ad aumentare i pezzi d'artiglieria, limitarono le riserve di munizioni e viveri ed evitarono di abbellire le navi con elementi decorativi.
Altro tipo di imbarcazione utilizzata dai Barbareschi era il veliero vero e proprio, detto genericamente nave tonda il cui movimento era affidato esclusivamente alle vele. Il vantaggio di questa nave stava nel fatto che riusciva ad esprimere velocitá ben maggiori rispetto alle navi a remi e avere maggiori dimensioni allo scafo. I velieri venivano utilizzati nell'Oceano Atlantico, dove i corsari estesero le loro gesta, spingendosi sino alle coste della Manica.

Accanto a quelle appena descritte, si annoverano altri due tipi di imbarcazioni: le feluche e gli sciabecchi. Le prime erano lunghe non piú di venti metri, piú larghe delle galere, dotate di diverse vele e di otto o dodici remi; i secondi avevano lo scafo grosso, una buona tenuta del mare ed erano armati di numerosi cannoni; gli sciabecchi venivano utilizzati soprattutto in inverno.

Le navi barbaresche generalmente non avevano nomi propri, a differenza di quelle cristiane, ma erano distinte dal nome del Rais. Quando, raramente, capitava che avessero un nome proprio, questo era un appellativo augurale quale: 'Vittoriosa', 'Protetta di Dio', 'Vittoria dell'Islam', oppure un appellativo che potesse incutere paura al nemico quale ad esempio: 'Terrore dei Mari'. L'unico lusso che i barbareschi si concedevano sulle navi era costituito dalle bandiere che venivano confezionatecon stoffe preziose e pregiati ricami.
Le navi cristiane, a differenza delle barbaresche, tendevano, non solo a sollevare il bordo sul livello del mare, ma anche ad appesantirsi con potenti pezzi di artiglieria e strutture decorative. Massima espressione di questo tipo di nave era la galeazza, considerata la piú forte fra le navi delle Marine Militari mediterranee.
L'attivitá corsara si svolgeva soprattutto dai primi tepori della primavera sino all'inizio dell'autunno e in misura ridotta nei periodi freddi. Nella bella stagione venivano utilizzate le galere e gli altri legni a remi; le navi a vela, invece, uscivano con la cattiva stagione in modo da sfruttare meglio i venti che in tale periodo somano piú vigorosi.
A bordo delle navi corsare si svolgevano frequenti riti propiziatori. Un esempio per tutti puó essere dato dal rito eseguito per placare la furia delle onde; esso consisteva nel sacrificio di un montone che, diviso in due nel senso longitudinale, veniva gettato in mare dai due fianchi della nave, mentre lo scrivano di bordo recitava una preghiera. I legni barbareschi stavano in mare, generalmente, non piú di cinquanta giorni, infatti le provviste di bordo erano calcolate per quel periodo. Capitava tuttavia, in navigazione, di doversi accostare a riva per rifornirsi di acqua dolce.
Ciascun corsaro che saliva a bordo aveva in dotazione: un moschetto, una scimitarra ed un coltellaccio di sua proprietá; inoltre poteva portare con sé un po' di viveri ed una coperta e nient'altro. La vita di bordo era alquanto dura.
Il Rais aveva il comando assoluto su tutti, anche sui giannizzeri turchi ed imponeva una rigida disciplina. I vari compiti con relativi titoli erano attribuiti ad ogni componente dell'equipaggio che doveva, in qualsiasi momento, rendere conto al comandante. Quanto ingrata fosse la vita sulle navi barbaresche, possiamo intuirlo da una relazione del vescovo Antonio de Guevara (pubblicata a Pamplona nel 1579) nella quale si legge: "sulle galere ci si accomoda come si puó e non come si vorrebbe. Non ; troverete né banchi ; per distendervi, né ; finestre per appoggiarvi, ; né tavole per ; mangiare, né sedie per ; sedere; non privatevi del ; vostro mantello perchè ; é l'unico materasso ; che uno possiede. Passeggeri e marinai dormono alla rinfusa e la testa dell'uno puó trovarsi accanto ai piedi dell'altro". Quanto al vitto il vescovo segnala che: "I'acqua pulita, fresca di buon sapore non si trova, mentre é presente un'acqua calda, torbida,fangosa e spesso fetida". Quanto al pane: "si trovano biscotti neri e duri, pieni di vermi, spesso coperti di ragnatele e qualche volta rosi dai sorci; la carne per lo piú é mal cotta, piú dura del legno e piú salata del sale, piú difficile da digerire che non una pietra".
Una volta catturata la preda, si procedeva alla spartizione. Le regole della spartizione erano le seguenti: un quinto del ricavato della vendita del bottino veniva utilizzato per le spese inerenti alle operazioni di sbarco, custodia e vendita, un uno per cento come contributo per la manutenzione del porto, un altro uno per cento per il mantenimento dei custodi e dei "marabutti" delle moschee delle cittá. Qualche volta, prima di procedere alla spartizione del ;bottino, venivano assegnati ad alcuni membri ;dell'equipaggio, in riconoscimento di particolari meriti, ;dei premi speciali quali: il premio di avvistamento a ;colui che, durante il turno di guardia, aveva avvistato la ;preda nemica, il premio di abbordaggio a colui che per ;primo metteva i piedi sulla nave nemica etc. Val la pena ;ricordare che i premi non sempre erano in danaro, ma, ;qualche volta, in natura e spesso anche in ;schiavi. Ció che restava dal riciavato della ;vendita, al netto di tutte le spese e diritti versati, ;veniva ripartito a metá fra l'equipaggio e il ;proprietario o i proprietari della nave. Le singole quote ;spettanti ai diversi componenti l'equipaggio venivano computate in modo preciso: quindici parti al Rais, tre parti all'Aghá, agli altri ufficiali, agli artiglieri e al timoniere, due parti al capo vele, al chirurgo, agli addetti ai cannoni, ai giannizzeri e ai marinai, una parte ad ogni soldato. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, le prede erano povere. Solo raramente si aveva la ventura di realizzare dei colpi eccezionali come quello che capitó nel 1635 al Rais algerino detto "Il grande Moro", il quale catturó un galeone napoletano carico di: grano, diecimila paia di calze di seta, venti casse di filo d'oro, centosettantasei cannoni, diecimila palle di cannone e centotrenta schiavi; oppure il colpo fortunato che capitó nel 1656 all'algerino Hamida Ben Negro che, impadronitosi della galera spagnola "Sant'Agata", vi trovó: ottocentomila reali in contanti, i ricchi bagagli del marchese Serra, ucciso nella battaglia, e un gran numero di gentiluomini che, tratti schiavi, furono in seguito riscattati con somme di danaro.
La vendita delle merci e degli schiavi si effettuava mediante un'asta pubblica, dove persone di ogni risma potevano concludere buoni affari.
Ai barbareschi si opposero sin dall'inizio, altrettanto audaci corsari europei, che non si limitavano ad azioni di difesa, ma svolgevano essi stessi un'intensa attivitá a danno delle coste e delle navi dei ; paesi dell'Islam. I piú ; autorevoli rappresentanti cristiani ; della guerra di corsa furono i ; Cavalieri di Malta e i Cavalieri di ; Santo Stefano che, pur guadagnandosi ; il riconoscimento dei loro meriti ; quali difensori della fede e ; civiltá cristiane, alla fin ; fine altro non facevano se non adottare essi stessi i metodi della guerra di corsa dei loro avversari islamici.

Dino Olla Maristella Toreno